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26 luglio 2017

L’INTERVISTA DELLA MEMORIA: SALVATORE FIUME di Giuseppe De Rosa


Fra le mie esperienze più significative del passato l’intervista a Salvatore Fiume di oltre trent’anni fa, rappresenta certamente un ricordo indelebile per la straordinaria personalità umana di questo grande pittore italiano, scomparso da un ventennio e che appartiene alla storia artistica del Novecento.                                 

Si era appena concluso il carnevale nel resto d’Italia, ma in Lombardia si allunga di qualche giorno come vuole la tradizione ambrosiana. Per questo, quando arrivai nella minuscola stazione di Canzo con un treno lento e piuttosto antiquato delle Ferrovie nord, notai due bambini in maschera e dei coriandoli sparsi qua e là. Erano le due di un sabato pomeriggio del febbraio 1986 e un’ora dopo mi sarei incontrato con Salvatore Fiume per un’intervista, che mi aveva accordato con qualche riluttanza. Sapevo che il Maestro da molti anni aveva lasciato Milano, ritirandosi in un angolo sperduto della provincia comasca, ma quando alle 15.00 in punto mi portò con l’ascensore interno nel suo bellissimo studio privato, mi accorsi che dell’antico cascinale ristrutturato nulla era rimasto e – come il rospo della favola – il rudere di un tempo si era trasformato in un palazzetto vero e proprio, una magnifica dimora dove Fiume viveva e dipingeva in splendida solitudine.

“Perché ha scelto di isolarsi in un piccolo paese, poco più di un villaggio?”. “Anche questa è una forma di presunzione, faccio sì che ‘la montagna venga a Maometto’, ma ciò non è giudicato con simpatia. Io sono rimasto un provinciale, un campagnolo che vive da solo e guarda la televisione distrattamente”. Rotto il ghiaccio, il famoso pittore delle odalische dai colori sgargianti si rilassa fumando di continuo senza dimostrare affatto i suoi 71 anni. Affabile ed elegante, risponde col timbro rauco degli accaniti fumatori e quella cadenza sicula che non ha mai perduto.

“Quali ricordi le sono rimasti della sua Sicilia?”. “I ricordi sono tanti, troppi e non sempre belli. Ho sentito presto il richiamo di cieli lontani, l’antico sogno siciliano di uscire da una terra di pochissimi colori per il sole accecante e di evadere da un luogo talvolta avverso persino all’amore dove invece la donna è più desiderata che in qualsiasi altro posto. Ma ci torno volentieri in Sicilia, soprattutto perché mi piace litigare e poi la parte gastronomica mi avvince sempre facendomi tornare bambino quando riscopro in alcuni piatti il sapore della mia infanzia”.

“Si dice che lei abbia avuto un debole per le donne – gli chiedo a bruciapelo – per questo le dipinge sempre nei suoi quadri”. Con tono compiaciuto mi racconta che “una volta quando Quasimodo vinse il premio Nobel per la letteratura (con Quasimodo ci siamo conosciuti nel ’36, entrambi con le pezze nel sedere) un signore milanese a tavola ci chiese per quale motivo si era venuti al nord. Io e il poeta rispondemmo all’unisono: per le donne! Ad una donna che ami possiamo raccontare qualsiasi cosa e lei ci crede, in lei troviamo la persona che non ci invidia e non ci giudica. Io ho dipinto donne di ogni colore, sono andato in giro per il mondo cercando donne, portandomele in Italia, facendole ripartire – un traffico da stazione ferroviaria! – e tutto ciò andava a sublimarsi nella pittura… come quel famoso drago insaziabile a cui si danno le vergini per calmarlo…”. Tuttavia il Maestro resta convinto che la famiglia sia un’istituzione perfetta, formidabile per chi ne comprende il significato e gli insostituibili valori.

Si dialoga sui temi della sua pittura e mi spiega che l’Arte deve suscitare il piacere di guardare un quadro, deve rendere felici gli altri senza angosciarli con colori deprimenti ed astruse elucubrazioni concettuali da lui ritenute solo espressioni di mediocrità e d’impotenza. Mi parla della sua indole gioiosa, di essere stato molto fortunato e tanto amato dalle donne, dagli amici.

“Come giudica gli artisti della sua generazione?”.  “La mia generazione, quella dei settantenni si è formata seriamente, si può essere più o meno dotati, ma la serietà non si discute. Certo i soldi hanno dato alla testa e parecchi si sono alquanto ‘prostituiti’, ma ciò non toglie i loro meriti, né oscura quello che di meglio hanno dipinto o la fatica fatta per raggiungere certi livelli di mercato”. “A proposito di mercato dell’arte, che ne pensa di quello italiano e qual è la sua opinione di mercanti e galleristi?” Il giudizio è impietoso: “in Italia noi abbiamo dei bottegai, gente spesso impreparata sul piano culturale e commerciale. Non sanno fare i mercanti! Pur di guadagnare qualcosa vendono subito quello che hanno per le mani: il Novecento italiano se lo sono venduto tutto immediatamente, per cui non hanno più niente se non della roba pessima. C’è un’impreparazione che allarma, pensi che di recente un mercante di Firenze mi ha portato otto quadri, di cui quattro erano falsi. ’Ma come non vede che quei quattro sono delle porcherie’ – gli ho detto arrabbiato – la moglie è diventata pallida. ‘Signora lei diventa pallida ma ha un marito incompetente’… gliele canto senza pietà perché certa gente potrebbe vendere anche orinali, non capisce niente di Arte”. Sono sorpreso da tanta veemenza e chiedo del povero collezionista che, in certi casi, resta indifeso ed esposto all’impreparazione di chi gli vende un quadro. “Il povero collezionista?  – mi risponde Fiume sarcasticodeve imparare a conoscere il quadro, a sapervi ‘leggere’ dentro: in quel caso sarà il migliore difensore di se stesso. Ma se il ‘povero collezionista’ vuole solo diventare ricco, speculandoci sopra e non pagando il giusto prezzo, è inevitabile che prenda clamorose cantonate. Anche i critici sono interessati e nei loro articoli spesso diventa difficile trovare giudizi onesti ed obiettivi”.

Il discorso scivola sulla semplicità dei suoi gusti culinari, mentre mi confida la sua predilezione per Piero della Francesca, fra i pittori antichi, e De Chirico fra i moderni. All’improvviso mi parla di Leopardi per il quale ha sempre provato un sentimento misto di attrazione e repulsione “perché nonostante fosse uno sporcaccione, forse un invertito, ha saputo scrivere versi di straordinaria sintesi umana e poetica: Ma – a parte lui – non mi piacciono i poeti intimisti che fanno il lamento e si vogliono far coccolare…hanno un bisogno di essere coccolati che è una cosa indecente!”

A proposito di difetti, gli chiedo se lui pensa di averne. Candidamente riconosce che il suo peggior difetto è la vanità: “Io amo – ad esempio – la corona d’alloro e sono come un bambino che ha bisogno di sentirsi vezzeggiato… non porto orologio, né penna stilografica, non ho orpelli, catenine, braccialetti. Però, caro De Rosa, le confesso che una corona d’alloro la porterei volentieri per tutta la vita. Ci sono delle miserie che mi piace avere e sono sensibile alle adulazioni(me le faccia pure)”. “E’ uno che si vuole molto bene, Maestro!”.  “Molto. E poi perché sono molto amato; come le ho detto, sono stato molto amato dalle donne ed anche dagli amici: ne ho avuti di straordinari che mi hanno voluto molto bene”. “Immagino, quindi, che intrattenga rapporti cordiali con i suoi illustri colleghi?” “Io non so se è possibile averne. Nel ‘500 si tiravano i sassi, nell’800 i francesi si cercavano, s’incontravano, bevevano, nel periodo della Scapigliatura milanese si stava tutti assieme. Oggi questo non avviene, un po’ perché abbiamo da fare, un po’ perché i mercanti ci hanno messo gli uni contro gli altri. Un tale mi diceva: se tu vuoi morire di crepacuore, basta avere un amico che parla male di te ed un altro che te lo viene a raccontare”.

Sono passate due ore e il telefono, per fortuna, ha squillato solo un paio di volte. Siamo giunti alla fine dell’intervista. Mi resta il tempo per un’ultima domanda e qualche foto che mi verrà concesso di scattare prima di andarmene. Lo sfarzo della casa, dei mobili e gli splendidi, enormi Fiume alle pareti mi suggeriscono di chiedergli quanto importante sia per lui il denaro e quale dei suoi quadri preferisca. “Il denaro è fondamentale! Certo non bisogna fare cattive azioni per procurarselo. Mio padre diceva: ‘l’umiltà è una carissima amica, ma la miseria è una cattiva consigliera’. Il mio quadro preferito? Se mi dessero lo spazio necessario, io prenderei tutte le opere dipinte in una vita e, incollandole insieme, le risponderei: ecco il mio quadro preferito!”

Sono ormai trascorsi 31 anni da quell’intervista. Salvatore Fiume avrebbe poi continuato a dipingere odalische e splendide figure femminili dai colori sgargianti. Sarebbe scomparso nel 1997. Ricordo che, tornando in stazione a prendere il treno per Milano, osservavo i bambini in maschera che tiravano i coriandoli ai loro genitori. Era l’ultimo giorno del carnevale ambrosiano.

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