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26 luglio 2017

Giuseppe De Rosa: SERAPHINE de SENLIS UNA PITTRICE DIMENTICATA


Nell’ottobre del 2010 è uscito in Italia un film francese di Martin Provost intitolato “Séraphine” che ha riportato alla luce dopo tantissimi anni la vicenda infelice di Séraphine Louis, una pittrice dimenticata dalla storia dell’arte e che avrebbe meritato una sorte ben diversa da quella che le toccò di vivere. Questo articolo, che ne ricostruisce in sintesi l’amara vicenda, vuole essere dedicato a tutti gli artisti incompresi d’ogni tempo e di cui nessuno ha mai parlato; uomini e donne dimenticati ingiustamente che avrebbero potuto conquistare – con maggior fortuna – il consenso e l’ammirazione.

Séraphine Louis era nata nel 1864 ad Arsy, un piccolo villaggio della Francia settentrionale, ultima figlia di genitori molto anziani che la lasciarono orfana da bambina; per cui già a dieci anni fu costretta a recarsi a servizio presso un convento di suore dove rimase per un ventennio senza mai conoscere il calore di una casa, né gli affetti di una famiglia. Nel 1906 si trasferisce a Senlis, un’antica città medievale – poco fuori Parigi – che era stata un tempo la dimora dei re di Francia, adattandosi ai lavori più umili e conducendo un’esistenza solitaria, confortata dalla sua fede religiosa che la portava a frequentare assiduamente la maestosa cattedrale gotica cittadina e a contemplare a lungo le magnifiche vetrate da cui avrebbe poi tratto l’ispirazione per i colori fluidi e smaglianti dei suoi quadri.

Una fede profonda la sua che ne esaltava talvolta il fragile equilibrio attraverso visioni mistiche in cui diceva d’essere stata ispirata dalla Vergine Maria e comandata dagli angeli affinché iniziasse a dipingere. Si trattava probabilmente di vere e proprie allucinazioni che testimoniano di una sofferenza e di una solitudine interiore certamente amplificata dall’estrema sensibilità del suo animo generoso, nonché dalle difficili condizioni in cui era stata costretta a vivere sin da bambina. Fisicamente massiccia e dal portamento sgraziato non aveva mai conosciuto un’esperienza sentimentale in grado di gratificarla nella sua istintiva propensione all’amore per il prossimo, la natura e, forse, anche nel desiderio inappagato di maternità.

Nell’autunno del 1912 arriva in vacanza a Senlis Wilhelm Uhde, un raffinato critico, collezionista e mercante tedesco che si era trasferito a Parigi, scoprendo Picasso, Braque ed alcuni pittori naif autodidatti che diventeranno poi famosi come Rousseau il Doganiere, capostipite dei ‘primitivi moderni’ e di cui pubblicherà la prima biografia. Il collezionista aveva lasciato la Germania per avvicinarsi alla capitale francese, essendo allora il centro artistico più importante del mondo, ma anche per la maggiore libertà dei costumi ed il proverbiale anticonformismo parigino che meglio avrebbero tollerato la sua omosessualità. Aveva sposato Sonia Terk, una geniale ragazza russa, che però lo aveva abbandonato dopo un anno a causa delle nozze non consumate, diventando poi col cognome del nuovo marito la famosa pittrice Sonia Delaunay.

Il caso volle che Séraphine andasse a servizio ad ore in casa del critico tedesco a lavare i pavimenti e la sua biancheria. Il loro incontro fortuito cambierà la vita di entrambi: la serva scoprirà la propria dignità di pittrice, una dignità umana che le era stata sempre negata dalle circostanze; Udhe si entusiasmerà definitivamente a quello stile primitivo di cui diventerà il maggiore studioso ed esperto.

Il collezionista-mercante vide un giorno, in casa d’amici, un piccolo quadretto raffigurante delle mele il quale attirò la sua attenzione per la bellezza del disegno e l’intensità dei colori. Scriverà nelle sue memorie: “Erano delle vere mele, modellate in una bella pasta consistente. Cezanne sarebbe stato contento di vederle”. Lo acquistò per otto franchi ed avendo richiesto il nome dell’autore, gli fu rivelato che quel dipinto era stato realizzato dalla sua donna di servizio, la quale di notte dipingeva in ginocchio sul pavimento aiutandosi spesso con le dita. Non solo, ma – a corto di quattrini – creava i colori per suo conto attraverso misture ricavate dalle terre dei boschi, dalle argille degli stagni, da radici mescolate al petrolio dei lumini rubato in cattedrale oppure al sangue d’animali prelevato in macelleria.

Séraphine non rivelò mai a nessuno l’astrusa composizione dei suoi smaglianti colori con i quali riusciva a dipingere incredibili nature morte: intrichi di fiori e di foglie lussureggianti che sembravano piume di pavone; alberi, cespugli, frutti che riempivano all’inverosimile lo spazio delle tavole o delle tele adoperate. Mai figure, oggetti o animali, ma sempre un tripudio botanico di sfumature e colori verdi, rossi, azzurri, gialli, turchesi attraverso i quali esprimeva il suo talento artistico istintivo e l’amore per la natura. Un amore smisurato che dimostrava spesso abbracciando gli alberi o parlando con le piante, mentre tutta Senlis la guardava con pena ed ironia, giudicando i suoi atteggiamenti come le stranezze di una squilibrata.

Quando Wilhelm Uhde scopre che la sua taciturna domestica è un’autentica pittrice si affretta a motivarla nel suo lavoro d’artista, promettendole che l’avrebbe in futuro aiutata ad organizzare la sua prima mostra. Le compra alcuni quadri e provvede a finanziare regolarmente l’acquisto di colori e pennelli. Tuttavia alla vigilia della prima guerra mondiale il mercante è costretto a rientrare in Germania.

Nel frattempo va peggiorando il precario equilibrio di Séraphine che continua a dipingere nelle ore notturne mentre – a suo dire – si moltiplicano le visioni del suo angelo custode, di Gesù e la Vergine Maria. Neppure il ritorno di Wilhelm Uhde, nel 1924, riuscirà a fermare il suo crollo psicologico: pretese tele enormi sino a due metri e iniziò a comprare freneticamente oggetti inutili con i soldi dei quadri venduti al collezionista tedesco. Uhde – pur cercando di far conoscere le doti artistiche della pittrice – non riuscirà mai a mantenere la sua promessa di una mostra personale, soprattutto a causa della sopraggiunta crisi economica del ‘29 che lo costrinse ad indebitarsi pesantemente e ad abbandonare la sua attività mercantile.

Profondamente delusa nelle sue aspettative, Séraphine smette quasi di dipingere isolandosi maggiormente nelle sue ossessioni al punto che, nel 1932, verrà internata nel manicomio di Clermont dove resterà sino alla morte. Il bel film di Provost si ferma al momento del suo ricovero nell’ospedale psichiatrico, evitando di rappresentare gli ultimi dieci anni nei quali l’infelice pittrice di Senlis verrà abbandonata e completamente isolata dal mondo. Smetterà di dipingere scrivendo “sono troppo vecchia…non si fa arte in questi posti e la pittura è scomparsa nella notte…”. Gran parte dei suoi quadri andrà perduta durante la seconda guerra mondiale o dimenticata nell’anonimato dei tanti artisti sconosciuti. Una donna di genio che aveva cercato di placare le ossessive angosce del suo animo nel mondo parallelo della pittura; di esaltarsi nella dimensione creativa dei suoi quadri per dimenticare, forse, le incessanti violenze e le ingiustizie del mondo.

Dopo la seconda guerra mondiale in una Francia sfinita ed umiliata dalla recente occupazione nazista, Udhe proverà ad esporre a Parigi le opere superstiti di Séraphine, ma lei non potè presenziare all’inaugurazione di quella mostra personale che aveva tanto atteso e desiderato. La pittrice era già morta nel 1942 di stenti per le condizioni inumane in cui la guerra aveva costretto i poveri degenti del manicomio. In un’Europa povera ed affamata dal conflitto, i malati di mente furono certamente fra le vittime più sofferenti e dimenticate. Dopo dieci anni d’internamento Séraphine aveva compiuto 78 anni e l’ultima frase che riuscirà a scrivere prima di morire sarà: “…ho fame”.

 

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