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18 agosto 2017

Giuseppe De Rosa: ARTE E FOLLIA


Nella storia dell’arte molto lungo è l’elenco di artisti famosi che si sono ammalati di disturbi nervosi più o meno gravi, restandone condizionati non solo nella vita d’ogni giorno ma anche durante la realizzazione delle loro opere migliori.

La psichiatria è diventata una scienza medica alla fine dell’Ottocento quando non venne più associata alle secolari pratiche magiche o superstiziose, sebbene solo con l’avvento degli psicofarmaci si sia liberata dell’approssimazione clinica, abbandonando i disumani strumenti di contenzione ed iniziando finalmente a curare la follia con medicine adeguate.

Non sappiamo storicamente se geniali pittori come Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel il Vecchio siano stati afflitti da una malattia mentale, ma osservando i loro particolarissimi quadri vi scopriamo una descrizione allucinatoria dei personaggi, a volte così spaventosa da dubitare fortemente del loro equilibrio psichico. Certo si trattava di due maestri nordeuropei, figli di un’epoca e di un contesto culturale in cui ossessivo era il senso del peccato: ne scaturiva una pittura simbolica e stilisticamente visionaria nel rappresentare un’umanità grottesca e fisicamente distorta dalle sue meschine perversioni.

Nel ‘500 Michelangelo dovette misurarsi con una cronica depressione, quella melanconia di cui soffrì per tutta la vita senza mai farne mistero con gli amici più intimi o in alcuni versi poetici della vecchiaia. Fra le 400 figure che compongono il Giudizio Universale della Cappella Sistina egli volle raffigurarsi nel triste atteggiamento di Geremia, autoritratto rivelatore della sua personalità nevrotica ed afflitta probabilmente da una ‘sindrome maniaco-depressiva’ come oggi verrebbe diagnosticata in psichiatria. Non a caso Raffaello nel suo affresco vaticano La Scuola di Atene scelse le sembianze di Michelangelo per rappresentare il personaggio della Melanconia, figura simbolica raccolta nella solitudine dei suoi cupi pensieri.

Nel corso secolare della storia artistica molteplici sono state le vicende umane caratterizzate dal dolore, dalla solitudine e dall’emarginazione. Artisti affetti da gravi malattie mentali quali la schizofrenia oppure tormentati da nevrosi e disturbi della personalità che non di rado li condussero al gesto estremo del suicidio come accadde, nel ‘600, al grande architetto del barocco romano Francesco Borromini che – depresso da una cronica insonnia – si gettò sulla propria spada lasciandosi trafiggere da parte a parte. Un’insopportabile encefalopatia fu la causa di lancinanti mal di testa per il pittore spagnolo Francisco Goya che soffrì di un inizio di demenza senile tanto che i quadri visionari degli ultimi anni vennero popolati di “mostri generati dal sonno della ragione” come lui stesso ebbe a scrivere.

Diventa certamente interessante scoprire la correlazione fra arte e follia attraverso l’analisi iconografica di alcune opere che potrebbero svelare l’alterazione percettiva ed emozionale di tanti pittori d’ogni tempo. Ad esempio – secondo la psicoanalisi – il ripetersi ossessivo nei dipinti di alcuni soggetti o la costante predominanza di determinati colori rivelerebbero il disagio mentale che caratterizzò la vita di pittori poi diventati celebri.

Fra questi il più infelice fu certamente Vincent Van Gogh che seppe esprimere nei suoi capolavori quel dolore silenzioso che lo tormentò sino alla morte prematura, avvenuta a 37 anni per suicidio con un colpo di pistola al petto nell’estate del 1890. La rigida educazione religiosa ricevuta dal padre pastore protestante ed un’innata fragilità psicologica gli impedirono di adattarsi ad un mondo che sentiva sempre più estraneo ed incomprensibile. L’uso sistematico di colori materici, la pennellata espressionistica, le forti tinte contrastanti con una predominanza del giallo testimoniano dell’intima angoscia che ne assillava la mente e la sofferta creatività. La più assoluta povertà lo costringeva a nutrirsi poco e male, anche per il cronico alcolismo aggravato dall’uso di assenzio che ne acuiva gli attacchi di panico e le frequenti allucinazioni. Vincent era consapevole del suo male di vivere – come confidava nelle lettere al fratello Theo – mentre si ripetevano i comportamenti incoerenti ed aggressivi che raggiunsero il culmine quando litigò con l’amico Gauguin, recidendosi col rasoio un orecchio che voleva donare ad una prostituta del bordello di Arles. Ne seguì l’inevitabile ricovero in manicomio da cui fu dimesso dopo un anno per essere poi accudito – nei restanti mesi di vita – dal fratello e dai pochi amici più cari.

Si è spesso discusso, fra i medici, sulla malattia mentale di Van Gogh nel tentativo di comprenderne i sintomi ed ipotizzare una diagnosi postuma alla luce delle più recenti esperienze cliniche. Vi hanno provato almeno 150 psichiatri senza tuttavia arrivare ad una conclusione concorde: pare che ben 30 siano state le diverse diagnosi stilate, dalla schizofrenia al disturbo bipolare, dalla sifilide all’alcolismo solo per citarne alcune.

Anche il pittore norvegese Edvard Munch si ritiene fosse affetto da sindrome schizoide; schizofrenia di cui certamente soffriva la sorella Laura. La sua opera più famosa e più costosa al mondo – L’urlo – raffigura una persona che si rifiuta di ascoltare il suo stesso urlo di dolore, diventando la rappresentazione simbolica dell’uomo contemporaneo e della sua angoscia esistenziale. In realtà il dipinto – di cui esistono quattro versioni – rappresenterebbe la condizione psicotica dell’artista tanto che lo stesso pittore riguardando il quadro affermò che “solo un folle poteva dipingerlo”.

Nel caso di Salvador Dalì, raramente arte e follia si sono mescolate con tale raffinata genialità da trasformare la sua stessa vita in un’opera d’arte per bizzarrìa, eccessi ed invenzioni pubblicistiche, tutte finalizzate all’affermazione egocentrica della sua personalità nonché ad accrescere il valore commerciale dei suoi quadri. Certamente una personalità dalle chiare inclinazioni paranoiche, sebbene tenute sempre nell’ambito bordeline di una creatività artistica straordinaria, la quale ci ha lasciato meravigliosi capolavori della pittura moderna e contemporanea di cui tutta l’umanità può godere in ogni parte del mondo. Senza essere necessariamente degli esperti, basta osservare un quadro di Dalì per scoprirne la singolare bellezza e l’intensa ispirazione in cui si materializza la misteriosa dimensione dei nostri sogni…quella terra sconosciuta e surreale dell’inconscio che il grande artista catalano ha saputo visualizzare con la fantasia incontenibile del suo genio e della sua follia.

Il matto per eccellenza del Novecento italiano fu certamente Antonio Ligabue, ch’era stato internato in manicomio per la prima volta a diciott’anni. Tornato dalla Svizzera a Gualtieri, suo paese d’origine emiliano, visse per anni nella più totale solitudine e senza alcun mezzo di sussistenza, sopravvivendo della carità e di qualche lavoro saltuario. Senza cultura e quasi analfabeta, iniziò a dipingere da solo soprattutto autoritratti dal segno pittorico naif, ma da cui traspare la sconfinata malinconia dell’animo e della sua ‘mente stranita’. I disturbi mentali non si affievolirono mai, mentre si ripetevano i ricoveri in manicomio quando era colto dalle crisi e dallo sconforto per le frequenti allucinazioni. Un artista ammalato che seppe trasformare gli incubi della mente nelle visioni colorate dei suoi quadri, popolati d’animali e di una natura rigogliosa dai contorni primordiali.  Dopo la sua morte, nel 1965, Ligabue fu riscoperto dalla critica e conteso da molti collezionisti, soprattutto grazie al successo di una fiction televisiva sulla sua vita disperata d’artista incompreso ed emarginato.

Pochi mesi prima – nel settembre del 1964 – i giornali avevano riportato in cronaca la notizia del tragico gesto di un giovane pittore d’origine veneta che si era suicidato a Roma gettandosi nelle acque del Tevere. Si trattava di Tancredi Parmeggiani – in arte Tancredi – artista di straordinario talento ma dai comportamenti eclettici ed imprevedibili, il quale amava vestire in modo trasandato e talvolta girare scalzo per la città. Un autentico bohémien che aveva reinventato la pittura astratta italiana, collocandola in pochi anni ai massimi vertici dell’Arte informale del ‘900. Un linguaggio pittorico mai identico a se stesso quasi che Tancredi sublimasse nei suoi quadri la mutevolezza della vita e del suo animo tormentato. Alla fine del ’62 dovrà essere ricoverato in una clinica psichiatrica di Monza con la diagnosi di schizofrenia paranoide. Seguiranno le dimissioni e poi un altro ricovero sino al tragico epilogo del suicidio, appena due giorni dopo aver compiuto 37 anni.

 

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