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16 luglio 2018

From the cave dipinti di Luigi Piccirillo presso Salvatore Serio galleria d’arte, via Guglielmo Oberdan 8, Napoli


I nuovi media hanno trasformato la nostra capacità di sognare, rielaborare, aderire alla realtà. La ”liquidità” intercorrente nei rapporti umani, la scissione a cui siamo costretti per adattarci al continuo cambiamento creano una costante rimodulazione del sé. Questa nostra necessità di ”aderenza” alla metamorfica del reale genera una crisi identitaria che, talvolta, fronteggiamo ricostituendoci in una nuova forma, reale e inventata, idealizzata e insieme massificata. Quindi la virtualità, più che ”addensare” il mondo lo ha, in un certo senso, pluralizzato: quanti replicanti di una stessa persona esistono in rete, e nella vita, quante ancora?

From the cave, letteralmente ”dalla caverna”, è il luogo di riparo in cui si concima la paura e l’estraniazione dal mondo esterno. Nella caverna, l’ultimo posto in cui rifugiarsi, l’arte assume un significato del tutto speciale, una mistica rivelatoria del sé, un lavoro di ripulitura dalle sovrastrutture ”volatili” prodotte dalla post modernità. Rovistare tra la carne, tentare di scrutarne le emozioni sotto la pelle mascherata, è l’atto disperato di chi cerca caparbiamente di comprendere se stesso al riparo dal caos. Ed ecco che i volti, sviscerati attraverso un atto pittorico esente dall’ausilio di strumenti tradizionali, vengono ”scavati” con le nude mani emulando il rituale ”sciamanico” di lettura delle viscere animali. L’artista affonda i palmi, stira la materia informe, la scruta ossessivamente nel tentativo di dissimulare l’incubo che dinanzi a sé, quell’insieme di cose chiamato mondo, in realtà, non esiste. Scavando però, s’accorge anche d’altro, intraprendendo un viaggio che dalle sue profondità lo porta ad attraversare la storia dell’umanità. Da un lato ritroviamo, quindi, un modus operandi istintuale che privilegia l’utilizzo della linea curva e del cerchio, simbolo della sostanza primordiale uniforme e omogeneizzata, riflesso di armonia comunitaria e uguaglianza, proprio di antichissime culture pagane; dall’altro un inglobamento di queste stesse strutture segniche in formati scomposti, isolati l’uno dall’altro, quasi a sottolinearne la rottura. Di fatti, con la perdita del senso di appartenenza alla comunità (la rottura del cerchio) nell’uomo nasce la convinzione che la salvezza dell’anima sia direttamente proporzionale alla prossimità con Dio. Motivo per cui, alcune opere riflettono la struttura piramidale tipica delle pale d’altare del Medioevo, epoca contraddistinta -come la nostra?- dalla fobia apocalittica e dall’isteria religiosa.

Quindi, lungi dal compiere un viaggio cronologico e retrospettivo, il senso delle opere sembra esplicarsi lungo il terreno dell’anti-narrazione. Difatti, le dicotomie concettuali rappresentate (natura/cultura; politeismo/monoteismo; individualità/massificazione) si annullano vicendevolmente, lasciando emergere le criticità dei nostri tempi: siamo dinanzi la fine della storia e l’artista, cosciente dell’impossibilità di condivisione di sé, gratta le pareti della sua caverna con la consapevolezza che il mondo fuori non lo aspetta, non lo richiede, non lo vuole, popolato com’è da fantasmi distratti, malevoli non per attitudine e volontà, quanto per una convenevole superficialità: la stessa che ha frantumato quel cerchio armonico e intrappolato le nostre vite in un’enorme caverna.

 

 

Dal 12 al 22 Gennaio 2018

Vernissage venerdì 12 gennaio, ore 18:00

Dal lunedì al sabato: 10.30-13.00 / 16.00-19.30

 

 

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