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16 luglio 2018

CARAVAGGIO UN ‘PITTORE MALEDETTO’ di Giuseppe De Rosa


 

E’ stato il Seicento il secolo più violento e senza scrupoli nel perseguitare ogni tipo di eresia religiosa o di anticonformismo culturale che potesse minacciare l’autorità costituita di principi, sovrani o cardinali. Il secolo della Santa Inquisizione si era aperto, nel gennaio del 1600, col rogo di Giordano Bruno ed era proseguito col processo a Galileo e la conseguente condanna di ogni innovazione scientifica che potesse minacciare o contraddire le verità rivelate delle Sacre Scritture, spesso malamente interpretate dalla Chiesa. Il conflitto tra Scienza e Fede diventa il tema dominante di cui poi la Storia si sarebbe occupata fino ai nostri giorni.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio dalla cittadina lombarda da cui proveniva, di questo secolo visse solo il primo decennio essendo nato nel 1571 e morto nel 1610, a 39 anni. Eppure nessun pittore come lui ha mai saputo anticipare le inquietudini del suo tempo e rappresentarle in modo così intenso e realistico. Tanto nell’arte eccelsa dei suoi quadri quanto nei comportamenti immorali dell’uomo egli sembrò incarnare le ossessive contraddizioni di quell’epoca, i feroci contrasti di luce e d’ombra in cui sacro e profano, cielo e terra s’incontrano drammaticamente. 

Un pittore straordinario; certamente – con Rembrandt – il maggiore di tutto il secolo. Tuttavia resta il mistero della sua vita breve e sregolata, sempre in bilico tra un talento artistico prodigioso e le debolezze umane più volgari e meschine. Ammirato e protetto per la sua strabiliante bravura da alcuni potenti dell’epoca, fu anche disprezzato per i comportamenti violenti e scandalosi che ne caratterizzarono l’esistenza tumultuosa, costellata da arresti e processi di ogni tipo fino alla condanna a morte in contumacia per omicidio. Di lui ci restano tante carte di scarso rilievo biografico: rapporti di polizia, verbali giudiziari, ricevute di pagamento. Ne riconosciamo l’aspetto fisico in alcuni personaggi dei suoi quadri; oppure raffigurato in primo piano – come un macabro autoritratto – nella testa mozzata di Golia col volto tumefatto, gli occhi spenti, la bocca semiaperta e ancora rantolante.

Eppure della sua vita si conosce molto poco, pochi frammenti che non svelano il mistero della sua vera personalità, dei suoi pensieri, del suo mondo interiore: non ci ha lasciato scritti, né lettere e neppure una tomba, essendo morto da solo all’improvviso, sulla strada per Roma, in un’afosa giornata di luglio che ne disfece rapidamentte il cadavere andato perduto.

C’era andato a Roma la prima volta ventunenne e aveva affinato il mestiere, appreso in Lombardia, nella bottega del pittore Cavalier d’Arpino, cimentandosi inizialmente con le nature morte e rivelando subito un’incredibile rapidità d’esecuzione senza avvalersi di alcun disegno preparatorio. Dimostrava sulla tela un realismo del dettaglio straordinario, soprattutto nel dipingere la fruizione della luce che veniva proiettata sugli oggetti e le figure come se emergessero dall’oscurità. Un gioco di luci e di ombre che conquistò l’ammirazione del pubblico e, soprattutto, del cardinale Del Monte, ambasciatore di Toscana e gran collezionista che volle accoglierlo in casa diventandone munifico protettore.

Da quel momento avrebbe potuto arricchirsi e frequentare il bel mondo della Città Eterna, ma Caravaggio amava mescolarsi con gaglioffi di strada e meretrici, frequentava taverne malfamate, bordelli e giocava d’azzardo. Si conoscono i nomi di alcune prostitute, come Lena Antognetti e Fillide Melandroni, che posavano per lui diventando le sante e le Madonne dei suoi quadri. Tra i molti difetti aveva quello di sparlare di chiunque; per questo prima subì un processo per diffamazione, poi in tre anni venne arrestato dalla giustizia romana e messo in galera cinque volte per aggressione, ingiurie e porto d’armi abusivo. Dopo aver cercato di cambiare aria e rifugiarsi a Genova per qualche tempo, torna a Roma in condizioni pessime e senza casa, essendo già stato sfrattato dalla vecchia proprietaria per insolvenza, mentre è alla disperata ricerca di denaro. Come avesse sperperato in poco tempo le cifre ragguardevoli guadagnate in passato? Un altro mistero! 

Nel maggio del 1606 tocca il fondo, quando in una rissa per futili motivi, forse per un debito non pagato, diventò assassino uccidendo un compagno di gioco. Ricercato come un volgare delinquente fugge a Napoli, dov’è già un pittore famoso e vi ottiene numerose commissioni che lo occupano fra l’inverno e la primavera del 1607.

Tuttavia pesa su di lui una condanna a morte in contumacia e Roma è troppo vicina. Preferisce approdare in luoghi più sicuri, rifugiandosi a Malta ed anche lì viene accolto con grandi onori, nominato addirittura cavaliere del prestigioso Ordine, che governa l’isola e gli commissiona l’enorme pala d’altare Decollazione di san Giovanni Battista, un capolavoro assoluto e l’unico quadro che abbia mai firmato scrivendo il suo nome Michelangelo con il rosso del sangue che sprizza dal collo del martire.

Ma anche a Malta – e non sappiamo il perché? – finirà in prigione e successivamente cacciato con un singolare provvedimento d’espulsione che lo definisce ”putrido e fetido”. Riparato fortunosamente in Sicilia su una barca sgangherata, approdò a Siracusa, si spostò a Messina e successivamente a Palermo, realizzandovi un solo dipinto per l’Oratorio di san Lorenzo, quella splendida Natività rubata nel 1969 e mai più ritrovata.

Non si dimentichi che ogni suo passaggio da una città all’altra è testimoniato da quadri e pale d’altare che gli venivano commissionati dalle autorità locali, confraternite religiose oppure da aristocratici che si contendevano il suo talento, sebbene fosse un noto ricercato.

Ancora oggi nessuno riesce a spiegarsi come riuscisse tecnicamente a realizzare in breve tempo, tra una fuga e l’altra, tante opere di tale bellezza e di così grandi dimensioni: dai 3,61×5,20 metri del Battista maltese ai 4,08×3 metri del siracusano Seppellimento di Santa Lucia.

Nonostante le scarse notizie biografiche, l’artista è stato sempre circondato dalla fama sinistra di un poco di buono, un manigoldo dalla vita eccessiva e sregolata. L’ultima interpretazione sulla personalità del pittore maledetto ci viene dallo studioso francese Fernandez persuaso dell’omosessualità di Caravaggio che volle sfidare la società del proprio tempo trasferendo direttamente nei quadri la sua inclinazione erotica. Secondo questa tesi, va rivista la lettura delle tele caravaggesche. Nell’impiego senza precedenti di popolani e prostitute come modelli sacri; ragazzi di strada ritratti come san Giovanni Battista o adolescenti in pose lascive si rivelerebbero i gusti sessuali del pittore. Persino l’espulsione incomprensibile da Malta fu probabilmente motivata da uno scandalo sessuale. Infatti nel Ritratto di Alof de Wignacourt, Gran Maestro dell’Ordine, c’è un bel ragazzino biondo che gli fa da paggio: l’ipotesi è quella che Caravaggio avesse sedotto quel ragazzino provocando l’ira del Gran Maestro e scatenando fra loro una rivalità omosessuale. Ciò ne spiegherebbe l’arresto e la successiva espulsione senza un verbale, né motivazione scritta, a parte l’insulto di “putridum e fetidum”.

Nonostante tutto, il pittore maledetto aveva ottenuto in pochi anni una fama senza precedenti; ammirato da Rubens e imitato nella tecnica da italiani, francesi, fiamminghi sembrava aver lasciato un’eredità artistica cospicua e indelebile.

Però fra i tanti misteri sulla vita di Michelangelo Merisi il più incomprensibile resta, infine, il totale oblìo in cui precipitò a pochi decenni dalla morte. Già alla metà del Seicento cominciava a non interessare più nessuno e nei trecento anni successivi – ‘700, ‘800 e metà del ‘900 – di lui ci si era dimenticati, ma proprio dimenticati!

Rivalutato a metà del Novecento, grazie soprattutto alla revisione critica dello storico dell’arte Roberto Longhi, Caravaggio fu riscoperto e viene oggi ammirato nel mondo come un genio assoluto, la cui grandezza d’artista non fu mai ed in alcun modo scalfìta dalle meschine debolezze dell’uomo.

 

 

 

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